Una bambina wakhi avvolta in uno scialle beige tiene stretto contro il petto un capretto bianco e nero. Indossa una veste rossa e un bracciale di perline. Sullo sfondo, un gregge di capre e pecore e una figura in rosso scuro.
Racconto

Una bambina, un capretto

Nelle estati del Pamir afgano una bambina di otto anni — forse dieci, qui i visi maturano presto — tiene un capretto come fosse un fratello minore. Non lo è. È solo l'inizio del suo mestiere.

Era poco dopo l'alba a Sarhad-e Broghil, l'ultimo villaggio del corridoio del Wakhan prima che la valle si chiuda contro le montagne del Pamir. Le donne stavano radunando il gregge per la mungitura, e i bambini più grandi facevano da pastori improvvisati, separando i piccoli dalle madri perché non rubassero il latte prima del tempo.

La bambina della foto — non le ho chiesto il nome, sapeva poche parole di dari e nessuna delle mie — teneva il capretto come fosse un fratello minore: una mano stretta intorno alle zampe, l'altra a fargli da culla. Doveva avere otto anni, forse dieci. Era difficile dirlo. Quassù i visi maturano presto, e l'inverno asciuga la pelle dei bambini come quella degli anziani.

Sono rimasto a guardarla per qualche minuto prima di alzare la macchina. Quando l'ho fatto, mi ha guardato senza distogliere lo sguardo dall'obiettivo, senza sorridere, senza nascondersi. Era abituata a tenere stretto qualcosa più piccolo di lei. Sapeva di farlo bene.

In Wakhan le bambine cominciano a occuparsi degli animali a sei o sette anni. È un mestiere, non un gioco: dalle capre dipende il latte, dal latte il formaggio che le famiglie venderanno al mercato a fine stagione, da quel formaggio l'inverno che sta arrivando. Quando l'ho fotografata stava facendo, semplicemente, quello che doveva fare. La tenerezza del gesto era un di più. Un accidente del mio sguardo, non del suo.